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Un animatore digitale a scuola

Intervista ad Alessandro Bencivenni, Docente, Formatore ed Esperto di Educational Technology
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Classe 1980, toscano, insegnante di ruolo di Lingua e Cultura Francese con una sfrenata passione per l’informatica e la tecnologia (iniziata tanto tempo fa, con un Commodore 64, le sue cassette e il Basic). Oltre 70mila iscritti al suo canale YouTube, Prof Digitale, canale nato con la convinzione che, condividendo storie di successo formativo grazie alle nuove tecnologie e soprattutto know-how, i docenti di ogni ordine e grado possano davvero innovare il proprio modo di fare didattica, e i ragazzi avvicinarsi alle materie di studio ed imparare in modo diverso.

Incontriamo Alessandro Bencivenni, il prof che coniuga l’amore per gli studi umanistici e l’arte con la curiosità per le tecnologie, un connubio che “s’ha da fare” e che piace molto ai suoi studenti.

Alessandro Bencivenni

I nativi digitali hanno familiarità con le tecnologie, ma non possono essere lasciati soli. Dobbiamo guidarli sia nel miglior utilizzo delle tecnologie stesse (con l’Educational Technology), sia nella loro comprensione più approfondita (con l’Educazione alla Cittadinanza Digitale).

Alessandro Bencivenni
Docente, Formatore, Esperto Educational Technology

Insegnante di Lingua e Cultura Francese con la passione per l’informatica. Esempio “vivente” del fatto che cultura umanistica e cultura scientifica possono coesistere. Ci racconti un po’ di te?

La mia doppia anima si sviluppa in tenera età, ero un bambino molto curioso e nutrivo un fascino particolare per tutte le “cose tecnologiche”. Ancora oggi posso dire che il regalo più bello della mia infanzia è stato il Commodore 64. Mi sono però laureato in Lingue e Letterature Straniere e mi è sempre piaciuto il mondo della comunicazione e della divulgazione, nutrendo una certa sensibilità anche per il mondo artistico.

Un bel mix, insomma. Ma le idee su cosa volessi fare e chi volessi essere da grande le avevo ben chiare. Ho sempre desiderato essere un insegnante. Mi piace tantissimo ciò che faccio.

Perché hai deciso di avvicinarti all’Educational Technology e all’Educazione alla Cittadinanza Digitale?

È stato un fatto naturale, probabilmente proprio per l’interesse personale che nutro da sempre verso le tecnologie e il desiderio di renderle meno “fredde” e più “avvicinabili”. Ho iniziato ad utilizzare le tecnologie per semplificare alcune parti del mio lavoro, poi è divenuto abbastanza naturale iniziare ad utilizzare alcuni strumenti tecnologici in classe con i miei studenti... e la palla di neve si è man mano ingrandita.

L’Educazione alla Cittadinanza Digitale arriva in seconda battuta ma è strettamente collegata all’Educational Technology. I nativi digitali hanno familiarità con le tecnologie, ma non basta, non possono essere lasciati soli. Dobbiamo guidarli sia nel miglior utilizzo delle tecnologie stesse (con l’Educational Technology), sia nella loro comprensione più approfondita (con l’Educazione alla Cittadinanza Digitale).

Quali sono i pilastri su cui si fonda l’Educational Technology?

All’interno della cornice dell’Educational Technology ci sono tutte le tecnologie utilizzate per l’apprendimento e la didattica. A volte anche in modo “non ortodosso”, pensiamo all’utilizzo di Instagram con la creazione di account “di classe” finalizzati a raccontare in modo diverso, magari anche in lingua straniera, un progetto o un viaggio scolastico.
Ad oggi, comunque, la maggior parte degli strumenti sono pensati anche per un utilizzo scolastico ed io le “sfrutto” per:

1. Apprendimento attivo: uso le tecnologie per rendere gli studenti persone attive e produttive durante le lezioni, per coinvolgerli in modo più profondo nel processo di apprendimento.

2. Interazione sociale: la maggior parte degli strumenti in uso nelle scuole sono tool professionali, utilizzati anche nelle aziende; questo aiuta gli studenti ad una più efficace interazione sociale quando entrano nel mondo del lavoro, perché non sono del tutto esclusi dal contesto professionale.

3. Misurazione e controllo: la maggior parte degli strumenti consentono di sfruttare metriche di misurazione e controllo che permettono di comprendere meglio come procede davvero il processo di apprendimento di ogni singolo studente, di vedere in modo oggettivo dove e come c’è bisogno di intervenire o ridefinire il percorso didattico, e ci permettono anche di restituire ai loro genitori non più un giudizio su “come vanno a scuola” i loro figli, ma come sta procedendo il loro percorso di apprendimento.

In che modo l’Educational Technology consente di avvicinare i giovani alle materie di studio? Quali i benefici sull’apprendimento e sulla formazione delle competenze?

Sta tutto in una parola sola: coinvolgimento.
Le tecnologie ci permettono di ridefinire anche i compiti da assegnare agli studenti, per esempio ingaggiandoli su “compiti di realtà” che coniugano l’apprendimento più tradizionale della materia con l’applicazione di ciò che si apprende in un contesto reale.

Faccio un esempio: per imparare il lessico della casa in una lingua straniera, possiamo elencare le parole, studiarne la pronuncia, capire il loro utilizzo in grammatica... oppure, possiamo chiedere agli studenti di immaginare di essere il titolare di un'agenzia immobiliare che deve fare una presentazione in inglese per vendere una casa a possibili acquirenti stranieri.

I benefici sono evidenti. L’apprendimento diventa interattivo, coinvolgente e spesso molto più produttivo ed efficace. Si imparano anche competenze cosiddette “soft” come l’autonomia progettuale, da un lato, e la capacità di collaborazione e lavoro in team, dall’altro, così come la capacità di sapersi adattare e di comunicare.
...Poi i verbi devono studiarli lo stesso!

Hai scelto di avvicinarti ai giovani anche attraverso i canali digitali. Come si comunica con loro? Come si conquistano?

Facendogli capire che conosciamo il loro mondo, o per lo meno parte di esso. I miei studenti rimangono affascinati quando gli parlo di Instagram e TikTok, probabilmente immaginano che sia più vecchio di quanto in realtà sono... così se gli parlo di qualcosa che è parte del loro vivere quotidiano, li incuriosisco.

Il gap generazionale esiste, ci sarà sempre. Per ridurlo lo sforzo deve provenire dalla generazione “vecchia” su quella “nuova”. Sta a noi adulti far capire ai giovani che li comprendiamo, che conosciamo il loro mondo. Questo crea un legame di fiducia anche in caso di difficoltà perché i giovani sanno chiedere aiuto agli adulti, ma devono potersi fidare e sentire una certa vicinanza.

Dal tuo punto di vista, cos’è la curiosità?

La curiosità è il chiedersi il perché delle cose, cercarlo. Lo dico sempre ai miei studenti del quinto anno che concludono quella parte di percorso di studi con il nostro istituto, consiglio loro di non smettere mai di farsi domande e di chiedersi sempre il perché.

Durante il tempo che passano con noi cerchiamo di stimolarli alla curiosità proprio facendo domande e stimolandoli a fare altrettanto, guidando discussioni e approfondimenti, anche attraverso la gamification, e facendo capire loro, anche “descolarizzando” l’esperienza, che le domande sono il primo importante passo per non smettere mai di imparare.

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21 marzo 2022

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