Education & Future
Premio Valeria Solesin: costruire un futuro più equo attraverso cultura e formazione
Il gender gap nelle STEM e la sfida di un’innovazione più inclusiva
Fabiola Giotto, Università degli Studi di Milano
Tempo di lettura: 3 min
Anche nel 2025, SAS ha rinnovato il proprio supporto al Premio Valeria Solesin, promosso dal Forum della Meritocrazia: un’iniziativa che valorizza le tesi universitarie capaci di analizzare le discriminazioni e gli ostacoli all’affermazione femminile nel mondo del lavoro, proponendo al tempo stesso politiche e pratiche virtuose per il settore pubblico e privato.
Il Premio Valeria Solesin si ispira ai suoi studi dedicati al tema del doppio ruolo delle donne, divise tra famiglia e professione, e alle ricerche che evidenziano gli effetti positivi di una presenza femminile equilibrata all’interno delle organizzazioni.
Alla scorsa edizione il premio è stato assegnato a Fabiola Giotto dell’Università degli Studi di Milano, con una tesi sull’impatto del gender gap nello sviluppo scientifico e sul contributo delle donne nella trasformazione tecnologica.
Abbiamo chiesto a Fabiola di raccontarci la sua esperienza ed ecco i suoi commenti:
Credo fermamente nella forza trasformativa della cultura, nella sua capacità di migliorare le esistenze, rinnovare le comunità, generare opportunità e crescita. Fabiola Giotto Università degli Studi di Milano
Che cosa ti ha portata a scegliere questo tema, e perché pensi che oggi sia urgente?
L’ispirazione profonda è scaturita dalla partecipazione al corso Diritti delle donne della Professoressa Marilisa D’Amico, che mi ha permesso di guardare con occhi nuovi questioni sempre più attuali, alimentando in me una crescente e insaziabile curiosità. Oggi, l’inclusione delle donne nello sviluppo scientifico è una priorità, soprattutto alla luce dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sui diritti fondamentali. Le nuove tecnologie ci stanno dimostrando con grande chiarezza che il cammino dei diritti non è mai lineare: ci possono essere conquiste significative, ma altrettanti punti di arresto. Per questo ritengo fondamentale orientare lo sviluppo digitale verso modelli realmente inclusivi.
Se dovessi spiegare la tua tesi a chi non l’ha letta in 30 secondi, qual è l’idea centrale e qual è la domanda a cui risponde?
Il fulcro centrale della mia ricerca si concentra sull’importanza del contributo femminile nello sviluppo scientifico e tecnologico. L’inclusione delle donne nelle materie STEM non è solo una importante questione di giustizia sociale, ma coinvolge il benessere dell’intera collettività. La combinazione del capitale umano femminile e maschile nella scienza permette ad ogni Paese di crescere sia dal punto di vista sociale che economico. La mancata realizzazione di una democrazia paritaria nel campo delle STEM e, in molti altri, rappresenta una patologia strutturale della nostra società che, anche a fronte dell’influenza dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro e nelle nostre vite quotidiane, non possiamo più trascurare. Con il mio lavoro ho cercato, quindi, di analizzare quali possano essere gli “anticorpi” più efficaci per combatterla.
Qual è l’insight più importante che ti sei portata a casa: una scoperta, una contraddizione o un “mito” che la tua analisi smonta?
Un “mito” che la mia analisi smonta è che ci siano settori “di genere”. Ancora oggi, le facoltà scientifiche vengono considerate dal punto di vista sociale come tipicamente maschili. È diffusa, inoltre, l’opinione che questi percorsi di studi siano più impegnativi e necessitino di maggior tempo e risorse economiche, portando in molti casi le famiglie a non incoraggiare adeguatamente le proprie figlie. Queste credenze si riflettono poi nelle scelte di carriera: per la nostra società, i lavori pratici e scientifici sarebbero più adatti agli uomini, mentre quelli umanistici e della cura della persona alle donne. Ad ognuna di noi, almeno una volta nella sua vita, è stato consigliato di intraprendere un percorso di studi o una carriera “più femminile”. La mia analisi si propone proprio di smontare i bias cognitivi e gli stereotipi che stanno alla base di questi pregiudizi, dimostrando che nelle carriere e nelle capacità intellettuali non esistono differenze di genere, ma solo individuali.
Dove vedi oggi il nodo più sottovalutato del gender gap nelle STEM: accesso, cultura, incentivi, modelli di ruolo, regole? E perché proprio quello?
Uno dei nodi più sottovalutati è l’assenza di role model in cui le donne possano sentirsi rappresentate, figure a cui potersi ispirare. Le donne di scienza vengono spesso dipinte come figure eroiche, “donne che ce l’hanno fatta”, quasi a suggerire che la loro presenza nel mondo scientifico sia semplicemente “l’eccezione che conferma la regola”. Lo dimostra anche la rappresentazione mediatica occidentale: i ragazzi sono scienziati, le ragazze ballerine. È una raffigurazione che crea immagini distorte della realtà e che ignora che le donne di scienza, al pari degli uomini, hanno contribuito e continuano a contribuire allo sviluppo tecnologico e scientifico dell’intera collettività. Basti pensare a Rosalind Franklin, Katherine Johnson, Mary Jackson, Dorothy Vaughan. O ancora, a Rita Levi Montalcini e Samatha Cristoforetti. E, infine, a molte altre donne che, spesso disincentivate fin in tenera età da intraprendere percorsi scientifici, potrebbero partecipare in modo decisivo al progresso.
È questo che scoraggia maggiormente noi donne a scegliere le “facoltà dal lavoro certo”: spesso sentiamo di non avere spazio nella scienza e temiamo di non veder riconosciuto adeguatamente il nostro contributo.
Dal tuo punto di vista, qual è la leva che può davvero cambiare le cose nel breve periodo? Una misura sola, prioritaria.
La leva fondamentale per un cambiamento nel breve periodo è sicuramente la cultura. Dalla comunicazione alle scelte educative nelle scuole: le storie delle donne che hanno “cambiato la scienza” e hanno sfidato i pregiudizi devono essere raccontante sin dai primi banchi di scuola, affinché entrambi i sessi possano comprendere l’importanza della condivisione della scienza e della partecipazione collettiva ad essa. Credo fermamente nella forza trasformativa della cultura, nella sua capacità di migliorare le esistenze, rinnovare le comunità, generare opportunità e crescita. In particolare, le scuole e le università possono giocare un ruolo decisivo nell’incentivare la presenza femminile nelle STEM, incoraggiando le ragazze delle nuove generazioni a sfidare pregiudizi e stereotipi.
Che ruolo possono (e devono) giocare le aziende? In particolare: certificazione di genere, ESG e pratiche organizzative. Cosa funziona davvero e cosa rischia di restare solo “compliance”?
Credo che sia fondamentale unire le azioni positive a radicali cambiamenti nelle logiche organizzative. Il sistema premiale introdotto dalla certificazione di genere e principi ESG, orientati all’inclusività, rischiano di rimanere una mera “compliance” senza lo smantellamento delle logiche maschiliste che stanno alla base delle imprese STEM. Nel settore scientifico, a parità di formazione e professionalità, da un anno dal conseguimento del titolo, un candidato maschile ha il 17,8% di probabilità in più di essere assunto rispetto alla controparte femminile. Il loro contributo non viene riconosciuto adeguatamente nemmeno dal punto di vista economico: il gender pay gap nelle STEM è pari al 12,8%. Infine, le donne rinunciano ad opportunità di carriera per adempiere alla funzione familiare che, ancora oggi a causa di pregiudizi culturali, non è adeguatamente condivisa.
È, quindi, necessario creare un ambiente aziendale in cui il contributo femminile sia adeguatamente riconosciuto e in cui una donna non venga considerata prima madre e poi “anche donna di scienza”.
Guardando al tuo ingresso nel mondo del lavoro, quali competenze o consapevolezze ti ha dato questa ricerca che ti guideranno nelle scelte professionali? E che messaggio daresti a chi sta scegliendo oggi il proprio percorso?
Sicuramente la necessità di aprirsi al progresso. Molto spesso tendiamo ad avere timore delle nuove scoperte che minacciano l’ordine certo e precostituito della nostra quotidianità, come nel caso dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Sicuramente quest’ultima porta con sé notevoli rischi e interrogativi, ma credo che imparare ad utilizzarla e governarla in modo consapevole sia ormai una competenza imprescindibile, qualsiasi sia il percorso professionale che si sceglierà.
A chi oggi sta scegliendo il proprio percorso consiglierei di non lasciarsi scoraggiare dai pregiudizi, di seguire sempre i propri desideri e inclinazioni, di crearsi uno spazio. E soprattutto di non rinunciare mai a far sentire la propria voce: è questo che fa davvero la differenza.
La ricerca di Fabiola rappresenta un tassello importante in un percorso collettivo: costruire un ecosistema scientifico e tecnologico più equo, più aperto e più rappresentativo.
È una sfida che riguarda università, imprese e istituzioni, ma soprattutto la cultura con cui raccontiamo e immaginiamo il futuro. Un futuro che, per essere davvero innovativo, deve essere anche inclusivo.
4 luglio 2025
Articoli consigliati
-
Innovation SparksGovernare l’Intelligenza Artificiale nel settore pubblicoL’adozione dell’intelligenza artificiale (AI) nel settore pubblico si è finora limitata a sperimentazioni, senza tradursi in cambiamenti strutturali duraturi. Per una reale innovazione, è necessario un approccio integrato che coinvolga dati, governance, competenze e processi organizzativi.
-
Innovation SparksDall’alert alla conversazione: come Minority Reporters ripensa la verifica antifrodeUn agente vocale basato su AI che chiama proattivamente i clienti, nella loro lingua, per verificare transazioni sospette, indagare su possibili tentativi di frode e attivare immediatamente misure di protezione.
-
Innovation SparksDall’osservazione dei macchinari alla modellazione avanzata dei fenomeni: l’analisi dei processi produttivi di KMEMonitoraggio dei processi, modellazione avanzata e tracciabilità della carbon footprint: come KME garantisce una sostenibilità misurabile lungo la supply chain.
-
Innovation SparksComputer vision per città più inclusive: il progetto “data for good” del team RationenceIl racconto di come è nata l’idea di costruire uno strumento basato sulla computer vision capace di individuare automaticamente le barriere architettoniche nelle città.



