
L'evoluzione del marketing tra dati e commitment interno
Gianluca Diegoli, Strategy Advisor & Professore IULM
intervista
Letizia D'Abbondanza, Chief Customer Officer e membro del management committee - Gruppo AXA Italia
Tempo di lettura: 5 min
Tempo di lettura: 5 min
Se vogliamo davvero essere aziende di successo, il consumatore al centro non può essere uno slogan vuoto: al marketing serve un ampio perimetro e un forte commitment aziendale.
Attraverso l’esperienza e il punto di osservazione di Maria Letizia cercheremo di esplorare, ancora una volta, l’intersezione tra evoluzione del ruolo del CMO, la crescente importanza del dato e la centralità di questo nei tratti distintivi del marketing contemporaneo:
Personalizzazione
Centralità dell’esperienza cliente
Orchestrazione dei canali digitali
Ma prima di tutto, da persona di grande esperienza e visione, Maria Letizia ci tiene a mettere la mia domanda in prospettiva.
Dove sono i confini e i poteri del marketer, oggi? E domani?
L’importanza attuale del marketing e in generale del rapporto con il cliente si deve al fatto che il contesto odierno è (e tendiamo talvolta a dimenticarlo, ndr) un ecosistema complesso, conversazionale e multidirezionale, in cui non esistono più brand che possono comunicare senza curarsi delle reazioni come nel passato, quando il posizionamento di marca veniva creato in modo unidirezionale, principalmente attraverso enormi investimenti pubblicitari.
Viviamo in un mondo plurale e bidirezionale, in cui il potere si è spostato progressivamente dai brand ai consumatori. Basti pensare al peso assunto progressivamente dalla cosiddetta “social and rating economy”, in cui le stelle degli UGC (User Generated Content) valgono più di quelle degli enti ufficiali. Il valore di un brand non è solo il marchio, ma la somma delle diverse esperienze vissute dai clienti nei differenti momenti e touchpoint.
Se notiamo la classifica di Interbrand, i brand in classifica sono ormai quelli che eccellono nell’esperienza, quelli che hanno fatto della capacità di soddisfare il cliente la loro mission. Se fallisci in un touchpoint, soprattutto se si tratta di uno dei cosiddetti “momenti della verità”, fai fallire l’esperienza, crolla tutto il castello. Considerare oggi il marketing, e il suo ruolo, solamente relativo alla pubblicità è miope ed anacronistico. Il primo fattore di trasformazione del ruolo del CMO è il nuovo perimetro che è chiamato a presidiare.
"La soddisfazione del consumatore rappresenta
sempre e comunque un asset nel lungo periodo."
LETIZIA D'ABBONDANZA
Chief Customer Officer e membro del management committee - Gruppo AXA Italia
“La soddisfazione del consumatore rappresenta sempre e comunque un asset nel lungo periodo."
LETIZIA D'ABBONDANZA
Chief Customer Officer e membro del management committee - Gruppo AXA Italia
Commitment aziendale, il secondo ruolo del marketing
Il secondo è relativo al commitment aziendale. Qualsiasi sia l’azienda, il marketing e il CMO deve avere una forte investitura proprio in virtù della delicatezza attuale del rapporto con il cliente e del fatto che l’esperienza è cross funzionale e si sviluppa (e diventa un successo o un insuccesso) solo avendo a bordo tutta l’azienda, E questa attenzione non deve essere solo di facciata, ma sostanziale.
Partendo da queste considerazioni, parliamo allora di dati. Prima di tutto, vorrei fare una premessa: ricordiamoci che il dato deve essere corretto, fatto che sembra banale ma non lo è affatto, in un mondo complesso e multicanale. L’infrastruttura è fondamentale, soprattutto l’integrazione dei touchpoint. Quando sei un pure player online hai la tracciabilità completa, quando devi integrare touchpoint fisici, web e App, chat e telefonici, tutto si complica.
Da dove partire dunque?
Non puoi costruire
fondamenta senza dati
integrati, condivisi
e affidabili
Dai back-to-basic: prima di lanciarsi in ardite sperimentazioni su personalizzazione e orchestrazione, devi rendere solide le fondamenta. Se al cliente non gestisco bene un reclamo o un sinistro, non ha più importanza per lui la personalizzazione avanzata. Quindi: unire i sistemi, farli parlare, rendere le cose facili al cliente sono le fondamenta. E queste non le costruisci se non hai dati integrati, condivisi e affidabili. Una volta fatto questo si può partire con attività molto più complesse e nuove tecnologie.
E come si riconoscono questi tipi di dati? Quali gli usi principali e gli ambiti?
Normalmente ho un mio particolare modo di valutarli: i dati (e le relative elaborazioni) valgono se rispondono a una domanda di business, se servono a rivelare un problema o a trovare una soluzione. La produzione di dati fine a sé stessa non ha molto senso ed è time consuming. Quindi più che alla numerosità devono portare a rispondere alla domanda che faccio spesso: “quindi, cosa facciamo per risolvere questo problema?”.
I nostri ambiti sono relativi al rapporto con il cliente e con l’agente assicurativo. I dati chiave nel primo caso sono sia qualitativi che quantitativi e relativi al journey: che tipo di servizio forniamo? Con quali standard? Che succede tra uno step e l’altro? dove li perdiamo? Esiste poi tutto il mondo della soddisfazione del cliente, al quale teniamo particolarmente e che viene monitorata su base mensile (anche se il close the loop è real time) attraverso survey in diversi punti chiave del journey, dal web, all’acquisto e ai sinistri. Cerchiamo poi di allineare tutte le nostre “sonde di dati” per capire se ci sono dei punti dolenti e migliorare processi e soddisfazione e al contempo, naturalmente, i risultati economici.
E quando i dati ci dicono che il consumatore non “si sente al centro”?
Questa, che può essere spesso interpretata come una frase fatta, un proclama di facciata, sarà invece secondo me il discrimine tra le aziende di successo e quelle che non lo saranno. Le aziende di successo metteranno il consumatore al centro anche quando la convenienza nel breve periodo sarebbe quella di ignorare o minimizzare il suo feedback qualitativo e quantitativo. A volte gli investimenti in questo campo non hanno un ritorno nel breve periodo, ma la soddisfazione del consumatore rappresenta sempre e comunque un asset nel lungo periodo. Le aziende veramente customer centriche fanno scommesse anche importanti, puntando sulla soddisfazione del cliente.
Torniamo quindi al commitment. Il marketing deve avere ampiezza di perimetro e investitura strategica per essere d’impatto.
Una domanda finale: come si inserisce il tema privacy all’interno della customer centricity? Io la chiamo privacy-phrenia: il consumatore che vuole la personalizzazione ma non vuole darci i dati. Cosa ne pensi?
Siamo in un ambito davvero complicato, anche sul fronte normativo, in un contesto che negli anni ha portato a rilevanti livelli di sfiducia da parte del consumatore. Il bombardamento generico è fastidioso e dannoso per il brand.
Il consumatore è disposto a dare i dati se – in cambio – ottiene un vantaggio: di personalizzazione, di prezzo, di proattività, di capacità di essere veloci. È lo scambio dati verso l'utilità per il cliente, la giusta strada che dobbiamo percorrere, e su cui stiamo cercando di sensibilizzare anche la rete fisica, con la quale dobbiamo costruire sempre di più una partnership per capire cosa davvero conta per loro e per i clienti e cercare di fornirlo.
Lasciaci con un flash programmatico per i marketer
Dobbiamo ripensare tutto il sistema di marketing ricalcandolo sul journey dell’utente. Un call center può essere fastidioso o salvifico. Dobbiamo capire come aiutare le persone ad avere un servizio efficace ed efficiente e – dato che parliamo di un business complesso – anche una consulenza adeguata. E poi, ottenuta la loro soddisfazione e la fiducia, potremo affinare le nostre comunicazioni e offerte one-to-one, facendo da “apripista” alla nostra Rete e traendone un’accoglienza sicuramente diversa e migliore.
19 settembre 2022
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