| Il Gruppo Banca Lombarda e Piemontese, sorto
a seguito della fusione tra il Credito Agrario Bresciano e la Banca
San Paolo di Brescia, assume l’attuale configurazione a seguito
di una strategia di crescita per linee esterne che in pochi anni,
a partire dal 1999, tramite varie acquisizioni, ha portato a oltre
780 gli sportelli. Oggi, con più di 7.500 dipendenti e una
rete di 690 promotori finanziari, il Gruppo conta quasi 1,3 milioni
di clienti (di cui 1,2 retail), amministra una massa di circa 65
miliardi di euro, una raccolta diretta di oltre 23 miliardi di euro
e si conferma come uno dei maggiori gruppi bancari attivi nell’Italia
settentrionale.
Già a partire dal 2000, le incertezze della
congiuntura economica da un lato e il quadro normativo tracciato
da Basilea II dall’altro spingono ad affrontare in modo sistematico
le problematiche correlate con la gestione ottimale del rischio.
Prende avvio così, fra gli altri, il progetto di Governance
del Rischio Operativo, che si propone un duplice obiettivo.
"Ci
si proponeva innanzi tutto – esordisce Giulia Marini,
Responsabile della Funzione Rischio Operativo di Banca Lombarda e
Piemontese – di
ottimizzare l’efficienza gestionale del rischio:
individuando le cause degli eventi in grado di produrre perdite,
ottimizzando
le politiche di mitigazione anche tramite coperture assicurative
e promuovendo in ambito aziendale una cultura del rischio operativo
che, in quanto tale, riguarda tutte le aree di operatività del
Gruppo, dalla singola filiale all’alta direzione. In secondo
luogo, ci si proponeva di rispondere ai requisiti normativi posti
dal nuovo Accordo di Basilea, implementando da subito
un metodo standardizzato ma preparando nel contempo un modello più avanzato
come quello AMA (Advanced Measurement Approach), capace di incentivare
l’effettiva
riduzione del rischio operativo.”
Un
progetto in quattro fasi
Schematicamente, il progetto si articola in
quattro fasi sequenziali: definizione del modello, delle regole
e delle policy per la rilevazione, la misurazione e il controllo del
rischio
operativo; raccolta dei dati; quantificazione
dell’operational
VaR (Value at Risk) e diffusione dei report in ambito aziendale; controllo
e gestione del rischio, che è il fine ultimo di ogni processo
di risk management.
Per quanto concerne la prima fase, “Lo scopo
del modello – riprende Giulia Marini – è quello
di stimare, per ogni combinazione di evento-perdita e di business
line, l’ammontare della perdita attesa e, soprattutto, di quella
inattesa. Abbiamo adottato il metodo di loss distribution
approach,
ben consolidato a livello internazionale e basato sulla modellizzazione
distinta della
distribuzione di impatto e di frequenza.”
Il substrato informativo
su cui poggia il modello è costituito dall’integrazione
di fonti molteplici: la serie storica delle perdite operative interne,
che permette di individuare le aree più esposte al rischio
operativo, i dati esterni (come quelli generati dal DIPO, cioè il
database italiano delle perdite operative predisposto dall’ABI)
e i dati di risk assessement, prodotti dalle valutazioni circa
gli scenari di
rischio. Il modello considera tutte queste dimensioni di analisi
e calcola il capitale lordo di rischio, successivamente “nettato” degli
eventuali fattori di mitigazione come le coperture assicurative.
Un ambiente per
affinare i modelli
Per la definizione del modello personalizzato
e la quantificazione dell’operational VaR, è stata
adottata, dopo un’attenta analisi del mercato, la soluzione
SAS OpRisk
VaR come meglio rispondente alle esigenze emerse: integrazione
dei dati interni con quelli esterni (tramite tecniche
di scaling per rapportare frequenze e severity alle peculiarità aziendali),
simulazioni di Montecarlo per stimare il VaR per ogni combinazione
di evento-perdita e linea di business, valutazione
delle procedure di mitigazione, semplicità nella produzione
della reportistica standard e personalizzata.
In più, come sottolinea Giulia
Marini, “La soluzione ci ha permesso di implementare
un sistema trasparente, in grado di assicurare la tracciabilità dei
processi di calcolo sottostanti: e questo sia per ricostruire,
in momenti successivi, le scelte iniziali, sia per attivare un
processo di learning by doing in tutte le risorse che operano nell’ambito
del risk management. Secondariamente, cosa per noi ancora più importante,
la soluzione ci offre una sorta di ambiente di laboratorio
per sperimentare modelli sempre più evoluti di calcolo in modo
da arrivare a una quantificazione sempre più precisa del
rischio”.
E in effetti, SAS OpRisk VaR, oltre
a rendere disponibile un set di funzioni standard predefinite, si
configura come un ambiente
di analisi, trasparente e altamente affidabile, in
cui effettuare simulazioni e trovare nuove strade per la definizione
del modello
più rappresentativo della reale e peculiare esposizione
al rischio.
“La soluzione – conclude Giulia Marini – ci
ha consentito di formulare in tempi brevi una stima dell’operational
VaR che, pur perfettibile, rappresenta un passo
fondamentale per ottimizzare il nostro approccio alla gestione
del rischio. Inoltre
disponiamo di un ambiente di analisi con cui personalizzare e affinare
i modelli alla luce sia dei test di validazione, sia degli eventuali
sviluppi futuri provenienti sia dall’Accademia sia dall’Industria.
Non bisogna infatti dimenticare che il rischio operativo costituisce
ancora un’area, per così dire, pionieristica del risk
management e come tale è suscettibile di costanti cambiamenti
evolutivi.”
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