Con grande lungimiranza, un giorno John Maynard Keynes giunse
a predire che a un certo punto della storia gli uomini non avrebbero
più scambiato merci o denaro ma le proprie reciproche incertezze. «Non
si ignora infatti ciò che potrebbe avvenire, ma ciò che
avverrà. Non si ignorano i molti scenari che potrebbero
prendere forma, ma non si sa esattamente quale fra essi prevarrà»,
spiega Francesco Betti, a capo del team di risk
management di Aletti Gestielle. Il compito della squadra è monitorare
le variabili di rischio negli investimenti effettuati dai prodotti
di asset management del Banco Popolare, cui a breve si aggiungeranno,
dopo l’ok di Bankitalia, anche i fondi di private equity
di Efigestioni (gruppo Efibanca).
«I diversi scenari si presentano come uno spettro che
va dal peggiore al migliore. E siccome in un'istituzione orientata
al profitto la sconfitta si chiama perdita monetaria, ecco che
questo è lo scenario che va assolutamente evitato»,
dice il risk manager. In principio era il VaR
La crisi dell'87, culminata con il famoso Black Monday impose
un profondo riesame dei metodi e delle tecniche di gestione di
portafoglio, I programmi automatici di
trading, in presenza di un calo delle quotazioni al di sotto
dei livelli di stop loss prefissati, diedero il via a massicce
vendite. Come hanno illustrato in modo colorito, ma senz'altro
efficace, due professori di Finanza del calibro di Richard
Brealey e Stewart Myers «da
causa immediata dei crollo dei prezzi del lunedì nero
può essere
stata una mandria di elefanti che tutta insieme cercava di uscire
dalla stessa
porta». È stato
Dennis Weatherstone, ex presidente di JpMorgan, il primo a ritenere
necessaria un'unica misura del rischio complessivo. Egli chiese
che ogni giorno, dopo la chiusura dei mercati, gli fosse consegnato
un rapporto di una sola pagina che riassumesse l'esposizione
globale della società e fornisse una stima
delle perdite potenziali nelle successive 24 ore. Ne è risultato
il famoso, Rapporto delle 4.15, così chiamato perché veniva
consegnato a Weatherstone alle 4.15 del pomeriggio di ogni giorno.
I vari strumenti nati in quell'occasione, come il VaR (acronimo
di Value al Risk),
sono stati i primi di questo tipo. Parte della sollecitazione all'utilizzo
del VaR veniva anche dagli interventi delle autorità di
vigilanza, che lo utilizzavano per determinare il capitale minimo
necessario per far fronte ai rischi di mercato. [...]
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Aletti e SAS
Differente invece il modello della Sgr del Banco Popolare. «Gli
schemi di valutazione implementati sono innovativi sotto vari aspetti -
osserva Betti - Sul versante informatico ci siamo appoggiati
a SAS Risk Management
Solutions, mentre per quanto riguarda i fondamentali abbiamo
rigettato le ipotesi di rendimenti in media nulli e distribuiti
normalmente (spesso alla base di molti modelli), ma validi solo
in teoria. Insieme a questo - aggiunge Betti - abbiamo
valutato l`importanza della storia di ogni titolo (perdita massima,
volatilità storica, correlazione), procedimento spesso rifiutato
dalla maggior parte dei modelli che presuppone un andamento indipendente
delle quotazioni o, peggio ancora, fa ricorso a numerose approssimazioni.
Infine abbiamo introdotto parametri in grado di monitorare il rischio
di credito e di liquidità, componenti spesso trascurate».
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Infatti, uno dei fattori, se non il principale, che nel 1998 aveva
determinato il crollo di Ltcm (il famoso hedge fund di arbitraggio
cui parteciparono molti premi Nobel, quali Black, Scholes e Merron)
era stato proprio il problema della liquidità. [...] Subprime e Borse
La crisi delle Borse fra luglio e settembre
ha certamente colpito i fondi azionari (e non poteva certo essere
differente), ma i sistemi
di controllo del rischio, dall'inchiesta di TuttoFondi Morningstar,
hanno retto senza rilevare particolari problemi. «Negli
ultimi tre mesi abbiamo assistito a un forte incremento della volatilità -
spiega Betti - I nostri fondi non sono risultati esposti ai
titoli USA direttamente coinvolti nella crisi dei subprime, sebbene
investano
negli Stati Uniti, sia come Paese sia in termini di singoli comparti
borsistici. Operando con un intervallo di confidenza al 99% non
abbiamo rilevato
segnali di allarme particolari: i test effettuati ci hanno mostrato
come, a fronte di un errore massimo consentito dell`'1 %, quello
effettivo registrato dal modello sia stato in realtà pari
solo allo 0,3%». [...]
I paranoici sopravvivono
I test cui sono stati sottoposti, loro malgrado, negli ultimi mesi, i modelli
di risk management hanno mostrato come l'evoluzione del settore e dei sistemi
sia ormai giunta a un ottimo livello. Anche se, va detto, il calo degli indici
della scorsa estate neanche lontanamente può essere paragonato a cadute
rovinose cui abbiamo assistito in passato. Non ci sono più i crolli
di un tempo, si potrebbe quasi affermare. E la tabella a lato lo conferma:
quello dell'11 settembre si posiziona solo al ventesimo posto nella speciale
classifica dei crolli del Dow Jones. II sistema, quindi, ha retto. Evitando
anche gli eccessi. È vero infatti che, come dice Andrew Grove,
fondatore di Intel, «solo i paranoici sopravvivono alla lotta del
mercato». Ma il vero rischio di questa affermazione è quello
di diventare troppo paranoici, anche se la metafora, che ha ben descritto il
ruolo del risk management nelle fasi iniziali della sua storia, non può trovare
applicazione nel nuovo campo dei ritorni assoluti. |
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«Con la sua frase Grove intende dire che soltanto chi è in
grado di immaginare gli eventi negativi che potrebbero impattare
sul proprio business è mentalmente preparato ad affrontarli,
magari anche a prevenirli e sfruttarli a proprio vantaggio -
spiega Betti - Quando le tecniche e le analisi di risk management
diventano parte integrante del processo di investimento, l'eccesso
di pessimismo può però condurre a un'eccessiva
limitazione delle scelte attive». Troppo rischio è un
male, certamente, ma un suo contenimento eccessivo non può far
altro che deprimere nel lungo periodo il ritorno dei propri investimenti.
Al focus del risk management si sposta quindi dalla paura di
sottostimare i rischi di mercato alla paura di non calcolarli
esattamente, sia in difetto che in eccesso», conclude
il risk manager di Aletti Gestielle.
Ecco che cosa accadde quel 19 ottobre di vent'anni
fa
II 25 agosto 1987 il
Dow Jones Industrial aveva fatto segnare il massimo degli ultimi
cinque anni, chiudendo a 2.742
punti: da
inizio anno la performance era già del 43 per cento. Nel
clima euforico di quelle giornate il nuovo record passò quasi
inosservato: la possibilità che il mercato scendesse non
era nemmeno contemplata. It's different this time si diceva.
Insomma si era quasi al culmine della bolla. Dal 26 agosto infatti
il mercato
iniziò a perdere terreno, tanto che un mese dopo il calo
superava l'8 per cento. E un recupero messo a segno nell'ultima
settimana di settembre venne quasi immediatamente vanificato
nei primi giorni di ottobre. Ma gli operatori non sembravano preoccuparsene.
Morgan Stanley consigliava di rimanere «full invested» sull'azionario,
anche se le cattive notizie si susseguivano. Prima il segretario
al Tesoro James Baker minacciò di abbandonare la difesa
del dollaro se la Bundesbank non avesse tagliato i tassi di interesse,
poi venne diffuso il dato sul deficit della bilancia commerciale
USA, peggiore delle attese, infine il nuovo presidente della Sec,
David Ruder, insediatosi il 15 ottobre, pose l'accento sul forte
aumento della volatilità delle Borse. Venerdì 16
ottobre iI Dow aprì con un rialzo di poco inferiore allo
0,50 %, ma non appena si diffuse la notizia che una petroliera
americana era stata colpita da un missile iraniano nel Golfo Persico,
il mercato subì un brusco calo e chiuse in flessione del
4,6%, il peggior calo di sempre per quantità di punti (108).
Mentre la volatilità del prezzo delle opzioni sull'S&P500
passò dal 22% del 15 ottobre al 30% del giorno successivo.
Improvvisamente la Borsa apparve un luogo pericoloso dove tenere
i soldi. il nervosismo spinse gli investitori a chiedere il rimborso
delle quote nei fondi comuni, tanto che le società che offrivano
servizi di negoziazione furono sommersi dalle telefonate. Lunedì 19
ottobre il crollo iniziò dai mercati orientali (Hong Kong,
Malesia e Singapore), poi quelli europei. Quando Wall Street aprì,
molti titoli non riuscivano nemmeno a far prezzo: dopo mezz'ora
venivano contrattati solo 25 titoli dell'S&P500. Non riuscendo
a vendere i titoli, scattarono allora gli short in derivati: il
future sull'S&P scadenza dicembre al Cme, in apertura, perdeva
già il 6,5%, il peggior calo dal crash del '29, e la seduta
era appena iniziata. Poco prima di mezzogiorno si diffuse la voce
che il presidente della Sec stesse valutando una sospensione: tutti
allora si precipitarono a vendere, prima di uno stop. Quando finalmente
la giornata terminò, il Dow Jones era calato del 22,6%,
I'S&P500 del 20,5% mentre il future sull'S&P500 era sceso
di quasi il 29 per cento. Solo a metà dell'88 le quotazioni
cominciarono a recuperare e a settembre dell`89 ritornarono sui
massimi di agosto '87. |