SAS
News Formazione Partner Academic Opportunitą di Lavoro Contattateci Resource Center
Home Soluzioni e Tecnologie Referenze eventi Supporto Clienti Servizi e Formazione Chi Siamo www.sas.com
News
Analyst Viewpoints
Press Room
Rassegna Stampa
Archivio Rassegna Stampa
Comunicati Stampa
Magazine ITA|SAS|COM
 
Aletti Gestielle sgr
altre informazioni
SAS Risk Management
SAS per il settore Finanziario
articolo originale in pdf
3 pagine, 1.8 Mb
Come cambia il risk management bancario

La gestione del rischio si è trasformata da un’attività di supporto a un pilastro strategico per lo sviluppo delle attività bancarie. I nuovi fattori critici sono analizzati in maniera interdisciplinare e trasversale per ottenere una cultura decisionale che sappia affrontare la complessità crescente della realtà ma anche dei modelli con cui la si vuole rappresentare. Il punto di vista di Aletti Gestielle.

L’incertezza ci circonda. A livello politico, economico, finanziario, il flusso degli eventi e dei cambiamenti è continuo. E i rischi sono dietro l’angolo. Non solo, spesso questi ultimi sono concatenati e interdipendenti. Il triste evento delle torri gemelle del 2001 ha incrinato la validità di assunti consolidati e ha indotto gli operatori economici a una prudenza più accentuata, mentre nel 2002 le insolvenze sono aumentate. Da quel periodo le agenzie internazionali di rating hanno introdotto un maggior numero di riduzioni del livello di merito creditizio mentre a livello psicologico è contestualmente aumentata la percezione della rischiosità degli investimenti. Tuttavia si deve fare una premessa. Al rischio spesso si associa l’eventualità di un disastro, di un danno, di una perdita. In termini bancari il discorso è un poco diverso. Nella comune accezione aziendalistica e manageriale, il rischio esprime l’eventualità di un ritorno degli investimenti inferiore alle attese. Un rischio è anche un minor guadagno, non solo la perdita.

La gestione del rischio è quindi strettamente legata al concetto di investimento, anche in senso costruttivo. Infatti, spesso si dice e si sente dire che l’attesa di maggiori ritorni giustifica l’assunzione di maggiori rischi. In questo senso il rischio non deve essere ridotto ma gestito.

Nella prima metà degli anni ’90 la cultura del risk management fu importata dagli Stati Uniti nel nostro Paese con una serie di iniziative, soprattutto focalizzate in ambito finanziario. Con il crollo della lira sui mercati valutari (estate 1992), con la perdita di valore delle obbligazioni (1994) e la diffusione di nuovi prodotti finanziari, derivati e strutturati, le tecniche di risk management trovarono terreno fertile e si diffusero a macchia d’olio. Qualcosa di nuovo è nato nel corso degli anni Duemila, quando in Europa è cresciuto il dibattito sulla copertura dei rischi e sulla necessità di introdurre norme per la creazione di un quadro di stabilità finanziaria (culminato negli accordi di Basilea 2). Queste norme, peraltro, impongono alle banche di detenere un patrimonio in quantità sufficiente al fine di coprire i rischi assunti. Ciò significa che i rischi devono essere adeguatamente “misurati”. In questo senso il patrimonio non viene più inteso come un fondo di avviamento ma come un vero fondo di garanzia a fronte di possibili danni causati dal rischio d’impresa.

Francesco Betti
,
Francesco Betti, vice-direttore generale e responsabile della divisione di Risk Management

Da questa tappa, se non tutto, molto cambia. Intanto tutte le dimensioni dei rischi sono oggi oggetto di approfondita analisi da parte delle banche. «Dai rischi finanziari veri e propri – ha precisato Francesco Betti, vice-direttore generale e responsabile della divisione di Risk Management di Aletti Gestielle che ha accettato di farsi intervistare per approfondire questi temi - si è così passati a una misurazione più analitica dei rischi di credito e di quelli operativi».

Quest’ultima – quella dei rischi operativi - è un’ampia categoria, che coinvolge tutto ciò che non rientra nelle prime due sfere: rischi connessi a malfunzionamenti informatici, disfunzioni di processo, danni da errate gestioni di rapporti contrattuali, difficoltà con l’ambiente e il territorio, cattiva reputazione per fatti non dipendenti dalla volontà della dirigenza, ecc..

L’introduzione di nuove metodiche per la misurazione dei rischi operativi ha di fatto tramutato la cultura mono-settoriale del rischio (di tipo finanziario) ad una cultura multidisciplinare e trasversale, che investe anche gli aspetti organizzativi. I rischi vanno di pari passo con le decisioni di pianificazione strategica e devono essere conseguentemente soppesati e stimati alla luce degli indirizzi d’impresa. Per queste ragioni oggi la gestione del rischio richiede una riflessione generale sull’intera organizzazione aziendale. «In questo quadro mutatoha evidenziato Betti nella fase preliminare del colloquio, prima di passare alle domande dirette – il ruolo del risk management è diventato più importante, si è tradotto nell’essere diventato l’alter-ego della gestione degli asset finanziari».

Da funzione accessoria è assurto a competenza strategica per lo sviluppo dell’attività, nel caso di Aletti Gestielle improntata al risparmio gestito e alle attività bancarie.

Finance Business Review - Come è cambiato il contesto del risk management nel corso degli ultimi anni?
Francesco Betti - È cambiato profondamente, e almeno sotto tre punti di vista. In primo luogo è mutato e si è esteso l’universo dei rischi che il risk management deve misurare e monitorare. Pensiamo al rischio di liquidità, spesso dimenticato nelle analisi di risk management di solo alcuni mesi fa, o al rischio creditizio, spesso mediato dal semplice ricorso al sistema di provider esterni, o ancora al rischio di controparte, che i nuovi derivati sul credito (Cds, Cdo) hanno contribuito a rendere interdipendente. L’emergere di questi nuovi fattori di rischio pone delle continue sfide metodologiche, di ricerca e sviluppo che sono la parte “creativa” dell’attività del risk management. In secondo luogo è cambiato il modo in cui sono percepite e si realizzano concretamente le interdipendenze tra i diversi fattori di rischio. Su questo aspetto ha giocato un ruolo fondamentale la recente crisi dei sistemi finanziari mondiali: una crisi che ha avuto dapprima la natura del credito, che poi si è tradotta in una crisi di liquidità, e infine si è trasferita sul profilo di rischio delle controparti nei mercati otc [over the counter, ovvero non regolamentati – NdR] è tipicamente del credito (si pensi al salvataggio di Bear Sterns da parte di JP Morgan e di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del Tesoro americano). Questa crisi sta di fatto riscrivendo i contorni del risk management, della necessità di sviluppare modellistiche più avanzate in grado di catturare questa interdipendenza e i suoi effetti a catena.

Infine (e forse per l’insieme dei precedenti motivi) è cambiato anche il ruolo del risk management: da controllore del processo di investimento a parte integrante delle scelte di investimento. La complessità e instabilità dei mercati finanziari ha infatti spinto all’adozione di tecniche attive di gestione del rischio (ad esempio il risk budgeting); allo sviluppo di procedure di stress testing (per anticipare gli effetti di eventi improbabili, come appunto le crisi finanziarie sistemiche); infine, l’emergere di fattori nuovi di rischiosità ha reso sempre più rilevante il supporto del risk management nella definizione del pricing più corretto dei prodotti finanziari (non soltanto derivati, ma anche di quelli illiquidi).

Quali sono i nuovi rischi (interni ed esterni) che siete chiamati a fronteggiare?
I rischi “esterni” sono quelli cui ho in parte già accennato: il rischio di controparte, di credito e di liquidità in primo luogo. La complessità di questi rischio, il complexity risk cioè la forte dipendenza dalle condizioni iniziali (dai subprime ai sistemi globali), la loro difficile misurabilità di fatto scatena il principale rischio “interno” che va sotto il nome di “model risk”, ovvero rischio di modello: il rischio cioè che il modello di stima non sia sufficientemente avanzato per catturare questi fattori di possibile perdita e i loro effetti a catena. Diventa quindi importante la verifica continua del modello e le stime della sua robustezza e accuratezza.

Con quali criteri svolgete le vostre analisi di rischio?
Non esistono regole generali. Tuttavia, noi ci uniformiamo a una terna di criteri generali che poi si traducono in una serie di modalità operative molto stringenti. In primo luogo l’accuratezza della misurazione, che è una precondizione per la validità di tutto il processo di risk management; in secondo luogo l’indipendenza delle fasi di monitoraggio, che devono essere frutto di procedure stabili, di notificazioni efficaci e di autorizzazioni ad autorità maggiore tanto maggiore è il rischio implicato, fino al CdA che assume un ruolo sempre più attivo. Infine, l’efficacia delle analisi di risk management per i diversi attori: semplicità di comunicazione e comprensibilità per il top management, adeguatezza rispetto alle esigenze dei portfolio manager, perfetta compatibilità e integrazione con il processo di investimento, ecc….

Questi criteri formano un sistema di legami che persiste se e solo se ciascun fattore è compatibile, allineato con gli altri: un modello accuratissimo ma che dà vita a un monitoraggio non indipendente e a processi non formalizzati non ha alcun valore, e lo stesso dicasi per un processo di monitoraggio con forti caratteristiche di indipendenza che però non riesce ad integrarsi con il processo di scelta degli investimenti.

E come misurate anche i possibili effetti di un rischio non previsto o sottostimato?
Sono stati analizzati e implementati in questi anni una serie di test statistici che vanno sotto il nome di backtesting. Questi test di fatto confrontano le previsioni dei modelli con le manifestazioni ex-post al fine di verificare se le capacità previsionali del modello risultano quelle attese. L’analisi dei risultati di backtesting consente di identificare e risolvere degli errori o inadeguatezza nel calcolo del rischio (per prodotto, o per fattore di rischio). Tutto ciò che non può essere spiegato, il residuo model risk, può essere colmato introducendo dei fattori correttivi volti a evitare sottostime del rischio. Ovviamente, anche il model risk – come ogni rischio d’altronde – non può essere totalmente eliminato: esiste una parte di model risk che non deve essere gestita, e che rimarrà sempre, per il solo fatto che si utilizzano modelli che sono approssimazioni della realtà. Un modello perfetto è la realtà, ma la realtà non è un modello trattabile matematicamente….

In quanto tempo riuscite a dare riposte a nuovi problemi sorgenti?
Dipende ovviamente dal problema. Tuttavia posso dire che la velocità è un valore di cui si parla tanto ma che ben pochi mettono in pratica. Anzi, come recita un vecchio motto duro a morire, le cose fatte bene richiedono molto tempo. Nella gestione dei rischi (ma più in generale nei processi di controllo) è il tempo la vera risorsa scarsa: i nuovi focolai di rischio possono nascere nel giro di pochi mesi, e non è possibile aspettare degli anni per sviluppare i meccanismi di intervento. È per questo che una funzione di risk management deve saper anticipare le innovazioni e le direttrici di evoluzione dei problemi e deve dotarsi di procedure flessibili, adattabili e adattive all’ambiente che le circonda.

Quali sono i motivi per cui avete scelto la soluzione di Risk Management di SAS?
Esattamente e principalmente per quest’ultimo motivo: la possibilità di adattabilità alle sempre nuove circostanze, modalità di misurazione, esigenze e granularità del reporting. Accanto a ciò, il fatto che SAS è un linguaggio aperto, che evolve e consente di trattare oggetti complessi e multidimensionali. Infine per il background statistico, che è parte della storia del fornitore e che è ovviamente la base comune di tutte le analisi di risk management.

Quali sono i metodi che applicate per avere dei feed-back alle risposte che date ai problemi?
Due metodi principalmente. Il primo empirico, cioè verificando le modifiche nel profilo di rischio/rendimento dei prodotti successivamente a un intervento correttivo. Il secondo più client driven, cioè in base alla raccolta di giudizi sulla qualità del servizio da parte degli utenti interni.

Il vostro ruolo in azienda - per come percepite - è aumentato di valore negli ultimi anni?
Assolutamente sì. Aletti Gestielle e Banca Aletti hanno sempre considerato la gestione dei rischi come la pietra angolare di tutto l’edificio in cui si sviluppa il processo di investimento. Prova ne è il fatto che hanno investito in anni in cui nessuno pensava ancora alla necessità di disporre di una funzione strutturata e indipendente di risk management. Ad alcuni anni di distanza, ora disponiamo di un modello integrato e adattivo che copre tutti i prodotti del risparmio gestito (individuale, collettivo e previdenziale). Se dovessi sintetizzare questo irrobustimento del ruolo direi che la gestione dei rischi è sempre meno percepita come attività di staff e sempre più – insieme alla gestione degli asset - come il core business dell’azienda.

Articolo tratto da Finance Business Review, settembre/ottobre 2008.
© Copyright dell'editore. L'articolo non è riproducibile senza il suo consenso.
THE POWER TO KNOW
  Sitemap     Search